Ritornare

È quando inizio a portare il lenzuolo sino alla vita che mi accorgo, la mattina presto, che l’estate sia davvero finita. Tornare nell’Isola non è mai stato semplice, e questa volta è stato ancora più spiazzante. Ritornare è stato, almeno all’inizio, un estraniarsi ai limiti del controsenso, e questa sensazione dura tuttora. Non c’è coerenza nel viaggio, né in partenza, né al rientro, soprattutto per le anime erranti e inquiete. Un ritorno che negli ultimi due mesi avevo voluto, perché l’America a un certo punto inizia a stancarti. Ti stimola, ti riempie e ti sprofonda. Apre una voragine di perplessità e di domande le cui risposte vanno metabolizzate e restano sospese per un po’. Penso che ci voglia una grande motivazione per continuare a viverci. L’America non ti lascia indifferente a niente, ed è forse per questo che da quando sono tornata faccio più attenzione a ogni cosa, particolare e persona. Il mio grado di sensibilità è aumentato perché quando ogni giorno incontri trenta homeless e un milionario o benestante, non riesci a non voler cercare di capire un minimo che piega e piaga sta prendendo il mondo.

Sfatare il primo mito: l'indifferenza

No, non è vero che prima o poi ti abitui a sfrecciare in bici tra le tende e a fare zig-zag sui vetri rotti delle macchine. Non è vero che ti abitui al disagio e alle persone piegate dalla droga e dai debiti. Non è vero che vai per la tua strada senza pensare un secondo alle loro storie, e a dove ti stia portando la tua, tra la puzza di urina e l’odore di marijuana. Non è neanche vero che San Francisco sia bellissima, a parte piccoli scorci che mi hanno commosso. Perché non ti rendi conto di essere dall’altra parte del mondo fino a quando non vedi quel qualcosa, molto soggettivo, che ti fa dire: “è tutto vero, sono qui, l’ho sempre sognato, questa è la mia occasione”. Allora ti meravigli di tutto: della cordialità degli americani, del fatto che ti fermino in ogni angolo della città per parlarti, del fatto che sia tutto più grande, anche le farfalle, che forse si portano il peso di tutte le disuguaglianze e i contrasti che vedi nei film. “La ricerca della felicità”, per esempio, l’ho visto per la prima a San Francisco, e l’unica cosa che ho ripetuto durante il film è stata: “è vero, è proprio così”. Ed è quindi dall’America che non riesco a essere più indifferente a niente. 

Sfatare il secondo mito: il mito della California

Chi non ce l’ha il pensiero che prima o poi girerà tutta la California (e l’America) in macchina? Il mito della California ce l’abbiamo dentro, ce l’hanno inculcato in tutti quei film, canzoni e libri che inconsciamente ci hanno indottrinato di sogni. La verità è che la California non è un sogno, ma una proiezione di desideri e bisogni. Quello della libertà, anzitutto. Come fai a non sentirti libera quando guidi una macchina per ore e ore e non sei mai sazia di quelle strade che hanno ispirato i più grandi registi e scrittori? Come fai a non pensare che potresti essere capace di tutto se questa nazione enorme e dirompente dà opportunità a chiunque? Come fai a non sentirti libera di esprimerti, senza giudizi e pregiudizi, quando cammini per San Francisco e chiunque è il marchio fedele di se stesso? Come fai a non voler bene un po’ a questa gente che per tanto tempo si è sentita invincibile e adesso è spaesata e sola?

La verità è che il sogno americano esiste ancora, anche se adesso qualcosa si è rotto, anche in Silicon Valley, ed è evidente. E che al sogno americano ci ho sempre creduto, tanto che adesso l’America mi manca anche un po’, perché mi dava tutti quegli stimoli che nell’Isola mi sono sempre mancati, e che sono i motivi dei miei viaggi ricorrenti. La verità è anche questa: ho capito che l’America mi assomiglia un po’. E mi piace.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.